Motivazione e adolescenza, come posso motivare mio figlio a studiare?

Motivazione e adolescenza
Come posso motivare mio figlio a studiare?


La motivazione in adolescenza è uno dei temi più delicati e più vicini alle preoccupazioni dei genitori, probabilmente per il senso di frustrazione che ne deriva, quando si è davanti al proprio figlio o figlia che appare completamente demotivato.
Principalmente la mancanza di motivazione si applica allo studio o al rapporto con la scuola in generale e questo può provocare maggiori conflitti in famiglia e preoccupazioni.
Molto spesso i genitori riportano preoccupazione per quello che definiscono uno stato quasi “apatico” nei propri figli, non solo in relazione alla scuola ma proprio in generale.
L’utilizzo sempre più massivo dei Social Network e dei dispositivi elettronici in generale ha amplificato questo fenomeno generando milioni di possibilità per gli adolescenti (ma non solo per loro) di intrattenersi per ore semplicemente sdraiati con un cellulare in mano.
La domanda sorge spontanea, è possibile motivare i nostri ragazzi?
E’ possibile. Delicato ma possibile.
Per prima cosa tuttavia è importante dare una breve introduzione teorica di quello che stiamo parlando.

Col termine ‘motivazione’ si definisce “una configurazione organizzata di esperienze soggettive che consente di spiegare l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza di un comportamento diretto a uno scopo” (De Beni – Moè, 2000, 37).
In relazione al campo scolastico, secondo Brophy (2003), la motivazione fa riferimento all’intenzione, da parte dello studente, di acquisire le conoscenze e le abilità proposte dal sistema scolastico cercando di ottenerne vantaggi utili all’apprendimento stesso.
Può sembrare fantascienza riferito ad un adolescente che sembra voler solo rifiutare la scuola che possa mettersi a studiare con l’intenzione di accrescere le proprie conoscenze. Procediamo ancora con qualche definizione.

Negli anni 50 Heider propose un importante costrutto, quello del “locus of control” ovvero il modo in cui attribuiamo le cause degli eventi significativi della nostra vita. In particolare Heider disitngue:
– Locus of control interno, quando la persona attribuisce a sé stesso i risultati che ottiene o non ottiene (es. “ho preso un brutto voto perché non mi sono preparato a sufficienza”);
– Locus of control esterno, quando la persona tende a considerare i risultati che ottiene indipendenti dalle sue azioni (es. “ho preso un brutto voto perché l’insegnante ce l’ha con me”);
In generale chi possiede un locus of control interno è più motivato ad agire proprio che si ritiene fautore del proprio destino, al contrario chi possiede un locus of control esterno può ritenere inutile impegnarsi perché convinto che qualunque cosa possa fare il risultato non dipenderà dalle sue azioni.
La stessa motivazione può essere interna o esterna, o meglio, intrinseca ed estrinseca. E’ estrinseca quanto la spinta che muove le nostre azioni è quella di ottenere un premio o evitare una punizione (es. “studio perché se prendo un buon voto mi viene comprato quello che voglio” oppure “studio altrimenti verrò messo in punizione”). Al contrario la motivazione intrinseca, che certamente è più solida, trova il suo motore nella gratificazione nel fare le cose, nello stimolarsi, nel migliorarsi.

A questo costrutto possiamo aggiungerne un altro molto importante, quello dell’autoefficacia. L’autoefficacia fa riferimento alla credenza di poter mobilitare le proprie risorse e le proprie azioni per riuscire ad ottenere un dato risultato ovvero la propria sicurezza nella possibilità di poter fornire una certa prestazione e ottenere il risultato voluto (Piccardo, 1995 pp.12-13).

È stato dimostrato che i genitori possono stimolare l’autoefficacia nei propri figli, strutturando compiti – né eccessivamente complessi né eccessivamente semplici – adeguati alle loro competenze, favorendo situazioni di padroneggiamento e ancora, insegnando a gestire le difficoltà con serenità e fiducia (Schunk – Meece, 2007).

Anche l’ambiente scolastico incide fortemente sull’autoefficacia percepita. Le esperienze maturate in ambito scolastico contribuiscono a modellare le convinzioni in merito alle proprie competenze e possibilità.

In ultimo, tuttavia non meno importante, parliamo di autostima.
L’autostima sembra basarsi su tre fattori, l’amore di sé (amarsi nonostante i propri limiti), la visione di sé (il modo in cui si vede), la fiducia in sé stessi (la convinzione di essere capaci di agire nelle diverse situazioni della vita). (Andrè e Lelord, 2000)

Questa infarinatura teorica ha come obiettivo quello di far capire la complessità del costrutto del quale stiamo parlando, non per scoraggiare o spaventare sulle possibilità di azione, tutt’altro, per aprire la panoramica a quante sfumature legate alla nostra identità e visione del mondo entrano in gioco quando parliamo di motivazione.
Detto questo, la domanda resta la stessa. è possibile motivare i nostri ragazzi?
E’ possibile, vediamo come.

Ascolto empatico, parliamo di ascolto attento accompagnato dal mettersi nei panni dell’adolescente. Non è così semplice, soprattutto se ci si sente preoccupati, frustrati e anche arrabbiati.
Eppure siamo stati tutti adolescenti e con un po’ di sforzo, possiamo ricordarci cosa volesse dire studiare e andare a scuola.
Un ascolto empatico comprende il trattenere i giudizi e le critiche e l’osservazione attenta di quello che succede durante la comunicazione, il tono, la postura, i movimenti del visto e del corpo. Comunicano tanto di quello che l’altro ci sta dicendo.
I ragazzi hanno davvero bisogno di sentirsi ascoltati e compresi.

Concedigli la fiducia, l’autostima si crea nella relazione e nelle conferme con gli altri. Un ragazzo che si sente coinvolto nelle discussioni, al quale viene chiesta la sua opinione, al quale viene lasciata la libertà di sbagliare e riparare ai propri errori, è un ragazzo che impara a gestirsi sostenuto da un genitore che si fida della sua capacità per farlo.
Pensando che da solo non riuscirà mai a recuperare le insufficienze di fatto gli toglie la possibilità di dimostrare che non è vero. Bisognerebbe lasciare che siano loro a chiedere aiuto, per aiutarli a capire i propri limiti e, se serve, pagare per i propri sbagli.

Il diritto di sbagliare, i genitori sono spesso preoccupati che errori in adolescenza verranno poi pagati in futuro, compromettendolo.
L’adolescente come ognuno di noi ha il diritto di essere responsabile delle proprie azioni e di imparare a capire quando può farcela e quando deve chiedere aiuto.
Di fronte ad un errore, o un brutto voto, proviamo a stimolare una conversazione (con ascolto empatico), senza critica o giudizio ma provando a chiedere “Per quale motivo pensi sia successo?”, “Come ti senti?”, “Cosa pensi di poter fare per migliorare in futuro?”;

L’importanza degli obiettivi, gli obiettivi sono le ancora che ci permettono di non navigare alla deriva. E’ possibile guidare i ragazzi a porsi piccoli obiettivi che è importante ascoltare senza giudizio o forzature. Per quanto piccoli essi possano sembrare sono la chiave per creare il proprio senso di autoefficacia e autostima. Inoltre il fatto che questi obiettivi vengano stabiliti dal ragazzo gli restituiscono la giusta responsabilità e capacità d’azione. E sono molto molto più potenti della promessa di una ricompensa o la minaccia di una punizione.

La comunicazione è la chiave, come lo è per molte cose.
L’obiettivo era quello di fornire uno spunto di riflessione diverso su un tema che mette spesso in difficoltà, speriamo che almeno in parte questo breve articolo sia riuscito nel suo intento.
La crescita è un percorso che va sostenuto lasciando la possibilità all’adolescente di navigare a vista.

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